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BOOMERANG – La playlist didattica di Doyoulike.org – NOVEMBRE 2017

9 novembre 2017 NEWS
a cura di Valerio Rinaldi
Boomerang è la rubrica di Doyoulike.org che ti offre ogni mese dieci brani scelti e presentati dal nostro Valerio. La playlist è anche disponibile sull’account Spotify ufficiale di Doyoulike.org
Qualche giorno fa ho compiuto 33 anni e questa è una playlist speciale che mi e vi regalo. La musica mi è arrivata spesso attraverso le persone che me l’hanno raccontata. Prendiamo realmente coscienza di qualcosa quando proviamo a spiegarla a noi stessi o agli altri. Oggi voglio celebrare questo spirito di condivisione raccontando del rapporto con questi brani e delle persone con cui li ho condivisi.
1_ One of these days/ Pink Floyd da “Meddle” (1971)
La mia prima volta con questo brano è stata in una delle domeniche in cui mio padre era solito guardare ‘Dribbling’, trasmissione calcistica storica della Rai. Un frammento che non ho mai dimenticato e che ho ritrovato quando, verso i 16 anni, mio cugino Antonio mi ha fatto ascoltare i Pink Floyd. Ho divorato la discografia in poco tempo e questo brano si è definitivamente conficcato nella mia memoria guardando l’esecuzione in ‘Live at Pompeii’, in cui il titolo diventa ‘One of these days (“I’m going to cut you into little pieces”). La batteria di Nick Mason è protagonista del brano, lui è sicuro e concentrato e ad un certo punto in una inquadratura dall’alto si vede volare una bacchetta, ma se ne materializza istantaneamente un’altra nella sua mano e tutto continua liscio e psichedelico. Ho riguardato quella scena più volte sempre più esaltato.

2_ Grace / Jeff Buckley da “Grace” (1994)

Conoscevo Jeff Buckley per la sua interpretazione dell'”Hallelujah” di Leonard Cohen. Questa è un’informazione che per me fa parte dell’abbecedario della musica che dovrebbe appartenere a tutti, quelli della mia età almeno. Ma è stato Fabio,uno dei miei più cari amici, a farmi ascoltare ‘Grace’. Mi è sembrato che quella voce fosse un vento caldo capace di passare da un sibilo ad un ciclone in un crescendo così rapido da sembrare innaturale. Buckley ha il dono di dare un colore alle parole, di trasformarle in energia che arriva immediatamente a toccare le corde più intime di chi ascolta. E le sue interpretazioni scuotono i sensi in qualunque momento della giornata o della vita di chi lo ascolta. Se ti avvicini ad un fuoco ne avverti il calore anche se non ne hai bisogno.

3_ La sposa / Giuni Russo da “La sposa”(1997)

Su un divano mi stavo sottoponendo ad un’operazione a cuore aperto. La chirurga Serena operava con la musica. Mi fece ascoltare questa Giuni Russo totalmente diversa da quella delle hit da ombrellone ‘Un’estate al mare’ e ‘Alghero’. Mi è subito sembrato ingiusto che la sua anima fosse ingabbiata nelle canzonette. Giuni Russo è il simbolo della resistenza della musica di qualità in Italia. Ha rinunciato al successo per essere coerente con se stessa. Ne’la sposa’ però l’elevazione è spirituale oltre che culturale. Qui è libera di utilizzare tutta la sua estensione vocale per dare voce alla sua anima con potenza penetrante e tecnica cristallina. È perfettamente padrona di se stessa e della sua voce pulita e priva di sbavature. La sua figura elegante che si muove sul palco con sicurezza mi ha attratto fin da subito e ascoltare questa interpretazione fa vibrare piacevolmente le mie corde.

4_ Everything In Its Right Place / Radiohead da “Kid A” (2000)

Subito dopo le superiori, nel limbo dell’età universitaria rimanevo con gli amici fino a tardi nell’euforia della liberazione da 13 anni di sveglia scolastica. Lasciato Roberto, l’ultimo amico sulla strada del ritorno verso casa, rimaneva la città vuota con le luci di cortesia accese. E nel silenzio trovavo il mio piacevole momento di surrealismo quotidiano. ‘Everything in its right place’. Per me era questo, le persone che dormono e le macchine ferme. La ascoltavo in cuffia o nelle 2 casse frontali della Panda nei giri di boa infiniti e sempre uguali a consumare asfalto, gomme e le 5mila lire di benzina.

5_ Toxicity / System Of A Down da “Toxicity” (2001)

Questo loro secondo album è uscito proprio l’11 Settembre del 2001 e nel momento in cui l’America riceve una risposta alle azioni del suo governo i SOAD gridano il loro disprezzo per questo Paese. L’omonima traccia ‘Toxicity’ è la prova che in Serj Tankian, la voce del gruppo convivono Dr. Jekill e Mr. Hyde. Carezzevole in alcune strofe diventa graffiante e rabbioso in altre.
Giuseppe, il mio amico veterinario aveva collegato le casse grandi in legno dell’Hi-Fi di casa sua all’impianto audio della Ford Scorpio di suo padre e chi stava seduto sul sedile posteriore doveva portarle in braccio se in macchina si era in 5 o 6. Nelle compilation di Giuseppe molto miste e improbabili masterizzate di fresco su cd con Nero ho conosciuto ‘Toxicity’, che abbiamo sempre cantato a squarciagola con i finestrini chiusi subito seguita da Francesco Renga.

6_ Lateralus / Tool da “Lateralus” (2001)

Gianni fa l’artista e mescola fotografia e pittura ritraendo luoghi decadenti e abbandonati per lo più industriali. Qualche anno fa viveva in una piccola casa/studio di 3 camere in campagna poco fuori città. Un rifugio pittoresco e accogliente che gli piaceva condividere con gli amici. In inverno dopo aver spaccato un pò di legna per accendere la stufa ci si metteva spesso a parlare di argomenti belli ispirati dalla Zubrowka. Dopo qualche bicchiere si passava dalla fotografia alla scienza alla psicologia in scioltezza. In sottofondo c’era la musica di Gianni e quando è capitata ‘Lateralus’ lui mi fa :”ma tu lo sai che questo pezzo segue la sequenza di Fibonacci?”. È così che ho conosciuto i Tool.

7_ Closer / Nine Inch Nails da “The downward spiral” (1994)

Non credo ci fosse luogo migliore delle fabbriche abbandonate dei quadri di Gianni per conoscere i “Nanicinesi”, gruppo preferito nelle sue playlist. Mi è sembrato di ascoltare dei Depeche Mode molto più incazzati. In effetti Reznor non somiglia per niente ad una rockstar. Lui non è lì a raccontarti cosa ha visto e provato durante un periodo difficile, in ‘The downward spiral’ ti coinvolge nella sua rabbia e si annulla in questa autodistruggendosi.

8_  Walking In My Shoes / Depeche Mode da “Songs of faith and devotion” (1993)

Mettiamo che la storia della musica fosse una materia scolastica e che il programma andasse oltre ‘Frà Martino campanaro’ suonato sulla diamonica a fiato. I Depeche mode non potrebbero mancare. Ho fatto anche 2 gite formative per vederli dal vivo. La seconda volta ero a Milano, una ragazza che volevo molto e che doveva essere al concerto con me mi diede buca. Alla fine riuscii ad entrare in un’area riservata sotto il palco e Dave uscì in gran forma ricordandomi che il motivo reale per cui ero lì era la musica.

9_ Firestarter / The Prodigy da ” The fat of the Land” (1997)

Molti di voi si saranno sentiti non-rappresentati dalle selezioni musicali nelle discoteche. Quando mi è successo ho caricato nella Panda un gruppo elettrogeno a benzina, un amplificatore e una cassa abbastanza potente, una lampadina, candele, il Mac e un paio di cavalletti pieghevoli con una tavola di compensato. Ho dato appuntamento ad un manipolo di disadattati musicali e siamo andati in un piccolo magazzino di tufo in un vigneto di famiglia molto lontano dal centro abitato. Una volta montato il tutto e acceso il gruppo elettrogeno avevamo il nostro club privato con tanto di food&beverage. Si chiamava ‘Party Machine’, il logo era un enorme pene disegnato come farebbe un adolescente con lo spray su un telo e alla selezione musicale ci pensavamo io, Roberto e Gianluca. Si andava dal punk al rock alla minimal, passando per la balcanica, Prince e Shakira su richiesta delle ragazze. Ma ‘Firestarter’ è il pezzo che più mi ricorda quelle serate.

10_ Teardrop / MAssive Attack da “Mezzanine” (1998)

I Massive Attack sono nati come band nel 1987 e solo nel ’91 si è dovuto coniare “Bristol Sound” per indicare il nuovo genere musicale nato con loro divenuto poi Trip Hop. Quando è uscito ‘Mezzanine’ io avevo 14 anni ma è stato verso i 17 che mio cugino Antonio mi ha iniziato ai Pink floyd, ai Depeche Mode e ai Massive. L’odontotecnico con cui lavorava era un grande appassionato di musica e in studio c’erano decine se non centinaia di cd. Antonio li ascoltava e poi me ne parlava e così ho iniziato ad ascoltarli anch’io. Precedentemente a questa seconda epifania musicale ascoltavo di tutto, ma più ancora rock e dance/techno dai toni dark. Non ero un metallaro e nemmeno un discotecaro nell’aspetto ed avevo il destino già segnato di chi per curiosità ascolterà tutto nella vita. L’atmosfera malinconica spesso accompagnata da scale orientali o accenti esotici in salsa elettronica accomunava i miei ascolti. Il trip hop era la comunione ideale dei generi che mi interessavano e cullava la mia inquietudine ancestrale. La nascita del trip hop è un fenomeno socio-culturale da citare nella storia della musica in un periodo a me molto vicino e ancora ora nel pieno del suo sviluppo. Per ‘Teardrop’ non sembrano essere passati i suoi quasi 20 anni.

11_ Black Athena / Almamegretta da “Lingo” (1998)

Sempre dagli scaffali impolverati di resine varie tra protesi dentali Antonio mi ha portato gli Almamegretta. Nel ’95 hanno collaborato in una versione cantata da Raiz di ‘Karmacoma’ dei Massive Attack. Questo è stato il mio anello di congiunzione. Infatti gli Almamegretta sono stati tra i pochi rappresentanti del trip hop italiano, e negli anni ’90 erano nell’avanguardia musicale italiana e riconosciuti e chiamati a collaborare dai creatori del genere. Napoli è sempre stato un crocevia di popoli e fucina culturale interraziale. In ‘Black Athena’ Raiz incazzato come se fosse sceso dalla macchina  dopo che qualcuno gli ha tagliato la strada in un rione di Napoli sentenzia in flow partenopeo che Atena, dea greca della sapienza e quindi l’intera Grecia, culla della civiltà europea, fosse di origine nera.

Tutto questo accade su una base elettrodarkhop araba. Al cospetto di questa interpretazione di Raiz  “l’ommo niro” rapper americano più tosto e pluricatenato sembra Britney Spears.

13_ Brace / C.S.I. da “Tabula Rasa Elettrificata” (1997)

Con Roberto nelle centinaia di caffè pomeridiani o di notte girando per la città si parlava di massimi sistemi, del signoraggio bancario, si teorizzava dell’evoluzione della società e di quando “noi non ci saremo”. È con lui che ho ascoltato ed esplorato i C.S.I. Senza mai focalizzare sull’immagine ambigua di Giovanni Lindo Ferretti, di cui mi esprimo solo dicendo che chiunque può cambiare idea nel corso della propria vita, ed esaurendo tutto il discorso psico-politico che lo vede protagonista dei salotti musicali di sinistra o di destra. A noi piaceva discutere degli scenari della post-umanità descritti dai CSI, senza sposare l’ideologia politica comunista. Erano delle visioni da cavalcare a briglia sciolta e finivano nell’estremismo onirico o fantascientifico. In quel periodo iniziavo ad esplorare la mia parte creativa facendo installazioni firmate Vladìmir e leggevo parecchia letteratura classica russa. Non mi sono mai definito un comunista e sono sempre stato scettico sulla definizione di un’idea politica a cui aderire ciecamente a vita. Dei C.S.I. ho amato i paesaggi musicali e immaginato la loro Mongolia. Mi hanno ispirato un viaggio nella natura vuota di uomini e un’opera in tecnica mista che ho chiamato “Densamente spopolata è la felicità” citandoli. In ‘Brace’ c’è la bellezza di questa poesia: “Appare la bellezza mai assillante né oziosa
Languida quando è ora e forte e lieve e austera
L’aria serena e di sostanza sferzante”. Forma e sostanza sono ancora oggi le parole chiave della linea d’azione che mi permette di convivere con il mio turbato animo da consumista occidentale.

14_ Super Taranta / Gogol Bordello da “Super Taranta!” (2007)

Avevo onorato il mio amore per Dalì facendomi crescere dei bei baffi lunghi e a punta che però nel tempo erano diventati più simili a quelli di uno zingaro del sudest europeo. Ed è stato anche il tempo in cui ho scoperto le affinità elettive con gli tzigani e con i baffi del leader dei ‘Gogol Bordello’ Eugene Hutz. Li portavo così bene che al loro concerto tutti nel pubblico mi presero in simpatia offrendomi di bere dalle loro taniche di vino. Mi aiutarono anche durante il pogo del concerto a ritrovare l’espadrilla destra e un bracciale preso in Turchia che avevo perso quando ho capito che lanciandomi ripetutamente all’indietro non mi avrebbero lasciato cadere per terra. Rido sempre di quella sera con Angelica che era con me. Ho vissuto il gipsy punk e la mia passione per la musica balcanica mettendo e ballando i Gogol durante i ‘Party Machine’. Facevano parte di quelle selezioni anche CCCP, Balkan Beat Box, Fanfare Ciocarlia, gli italiani Figli Di Madre Ignota, Kultur Shock e ‘il ballo di S.Vito’ che ci sta sempre nelle dancehall balcaniche.

15_ Madre Dolcissima / Zucchero da “Oro, Incenso e birra” (1989)

Ero piccolo. Un punto panoramico in montagna, il bosco e una croce in legno alle spalle e questa canzone che veniva dalla portiera aperta della macchina a bordo strada di mio padre. Credo sia il primo blues che ricordo. Forse è colpa di mio padre se ascolto tanta musica e ora sto qua a rompervi le palle con le mie playlist. Quindi ringraziate lui.

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