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BOOMERANG, LA PLAYLIST DI DOYOULIKE.ORG – SETTEMBRE 2017

21 settembre 2017 NEWS

a cura di Valerio Rinaldi

1_ Humble/ Kendrick Lamar da “Damn”(2017)
In un album  a detta dei critici mediocre in cui ci sono pezzi più interessanti o, sempre a detta dei critici,  in cui questo singolo è la rappresentazione della grandezza di questo quarto lavoro di Kendrick, c’è di fatto che Humble esige una menzione speciale per il videoclip correlato, nonostante tutto e tutti premiato con il primo posto negli MTV Music Awards 2017. Tanti i riferimenti all’iconografia religiosa, ultima cena compresa, in un video che rientra in un moderno simbolismo, dai toni cupi come cupi e conflittuali sono i pensieri che affliggono il rapper in questo frangente della sua vita. A voi l’ardua sentenza.
2_ Deathless/ Ibey ft. Kamasi Washington (2017)
Lisa, sedicenne franco-cubana mulatta viene fermata e perquisita da un poliziotto che le dice “Do you smoke? What’s your name? Do you know why I’m here? You’re not clean”. Poi viene ingiustamente arrestata, per il colore della sua pelle. Lisa Kaindè Diaz e la sua gemella Naomi sono le Ibeyi, in lingua Yoruba ‘gemelle’. Nel videoclip di questo singolo le gemelle si partoriscono vicendevolmente in una scena teatrale che in modo semplice rappresenta l’unione viscerale tra loro. I cori nel testo recitano all’unisono “Whatever happens, whatever happened we are deathless, we are deathless” componendo un inno che rende immortali le minoranze e le vittime di soprusi e celebra l’unione e l’amore come via d’uscita e risposta al male. Kamasi Washington con il suo sax cesella gli umori di questa potente arma bianca caricata da una forza oscura. Ben rappresentato e salvo dalla banalità il sempre attuale messaggio politico di Naomi e Lisa che tra santeria, Yoruba folk, jazz latino americano,  elettronica e soul si sono fatte notare dal pubblico internazionale, ma prima ancora dalla buonanima di Prince e da Richard Russell produttore di Adele, M.I.A. e Damon Albarn con la sua XL Records.
3_ Immigrant boogie/ Ghostpoet da “Dark Days+ Canapè” (2017)
Per la prima volta inserisco nella playlist due brani dello stesso artista e consecutivi. Ok, lo ammetto, ho trovato interessante il lavoro di Ghostpoet e reputo che questo sia un buon modo per farvi entrare meglio nel mood del suo ultimo album.
Il tutto è immerso nel limbo cromatico del grigio di un non luogo affollato da involucri vuoti con l’aspetto di persone e cose. La bellezza e il calore di qualcosa di autentico sono solo allucinazioni. Oppure è tutta un’illusione e fuori dalle maschere protettive c’è ossigeno che restituisce al cervello la capacità di vedere ciò che davvero esiste al di fuori dell’alienazione artificiale? In “Immigrant boogie” l’aria dell’atmosfera reale è letale per il migrante che fugge dai suoi luoghi carico di speranze. Ma proprio nello spirare trova la sua libertà. Questa è poesia nera, così cinica nella rappresentazione e allo stesso tempo romantica. La malinconia di Ghostpoet affascina, agita e infastidisce quanto “Melancholia”, di quel generatore di turbe psichiche qual è Lars von Trier per intenderci. Obaro Ejmiwe, questo il suo nome, è un poeta baritono. Ne viene fuori un bluesman che si esprime con un linguaggio musicale attuale e coerente con la sua visione. Gli arrangiamenti affondano solide radici nel jazz e nel rock ma soprattutto in quest ultimo lavoro il mood che ne viene fuori è classificabile nel trip hop meno scontato e più originale che ci sia nell’intero panorama musicale attuale. Dopo il featuring di Ghostpoet in “Come near me” nel loro ultimo Ep, la metà dei Massive Attack nella persona di Daddy G fa sentire la sua mano nella batteria di “Woe Is Mee”.Ricordando che il trip hop è nato a Bristol proprio con i Massive, suona come un passaggio di consegna questa collaborazione perchè l’aria aulica e marziale, anche nell’espressione della chitarra elettrica da brit rocker postromantico accompagnata da basi ritmiche in buona parte non sintetiche fanno della musica di Gosthpoet la più moderna forma di trip hop old school in circolazione. Perchè l’innovazione del genere sta nell’attitudine e nella poetica. Questi sono i motivi per cui ora ascolterete un’altro brano di Ghostpoet.
4_ Freakshow / Ghostpoet da “Dark Days+ Canapè” (2017)
Quando sarete su Spotify ad ascoltare la playlist che scorre senza queste parole scritte questo secondo brano avrà totalmente senso e se avrete perso la percezione della realtà e vorrete alimentare un altro pò la vostra inquietudine potrete ascoltare il resto dell’album di Ghostpoet o lanciarvi nella visione di uno qualsiasi dei film di von Trier.
5_ New York / St. Vincent da “Masseduction”(2017)
Può capitare che per fare una recensione si debba andare a leggere articoli di gossip. Si narra che le parole autobiografiche di questo testo siano riferite alla storia d’amore tra Anne Clark aka St.Vincent e la modella punk Cara Delevingne terminata un anno fa. Ma non è questo il punto. St.Vincent è una rispettabilissima musicista indie rock, premiata con un Grammy nel 2015 per l’omonimo album, che fuori dal palco ha frequentato compagne parecchio seguite dai cronisti del gossip. Vedi anche la storia con l’attrice Kristen Stewart.  Chiusa questa parentesi, che forse ha anche aiutato il lancio del singolo, vediamo che nel linguaggio musicale la voce accompagnata dal piano preannuncia una certa sincerità, l’intimità di una confessione. Dunque la storia che c’è dietro, spogliata del gossip, aggiunge coerenza a questa canzone, che risulta autentica e genuina. L’aspetto pop della canzone aiuta a raggiungere la massima diffusione. Considerando che Anne aveva dichiarato di essere infastidita dalla continua presenza di giornalisti durante la sua storia con Cara, potrebbe essere che ora invece lei sfrutti paradossalmente la pubblicità della cronaca per amplificare la verità del suo sentimento. Se così fosse sarebbe geniale.
6_ Prungen / Jaga Jazzist da “Live with Britten Sinfonia” (2013)
Di certo c’è solo che questi 8 musicisti sono di origine norvegese. A quanto pare non si può classificarli in un genere definito, e questo è diventato il loro marchio di fabbrica negli oltre 20 anni di attività. Si potrebbe provare a dire per grandi linee che hanno l’approccio da jazzisti e che compongono utilizzando l’elettronica e pescando anche dalla loro tradizione post-rock.
Prungen segue l’impostazione in crescendo del rock progressive e dopo poco tra sferzate ritmiche jazz e assoli di synth che si allargano si fanno strada i fiati che saturano l’atmosfera sonora fino alla conclusione improvvisa che è come quell’ultimo passo di una fuga che si ferma prima del vuoto di un dirupo.
7_ Drawn / De La Soul ft. Little Dragon da  “And the Anonymous Nobody”(2016)
I De La Soul sono quelli di “Me myself and I”. Li annoveriamo comunque tra i veterani dell’hip hop ma è successo che la loro qualità di essere dei fantasiosi giocolieri dei campionamenti ha segnato la loro sorte quando con l’avvento della diffusione digitale la Warner ha avuto problemi legali con i diritti per diffondere la loro musica. Come genere in grande evoluzione l’hip hop è andato avanti senza che apparentemente ci fosse memoria di loro. Poi dopo 12 anni i De La Soul hanno registrato jam che sono diventate basi per i loro testi sostituendo i campionamenti e avviato una campagna di crowdfunding Kickstarter. I fan sparsi per il mondo o “Anonimous nobody” hanno risposto raccogliendo sei volte la cifra richiesta dal gruppo e l’album è stato dato alla luce. Il titolo dell’album si riferisce anche al fatto che i De La Soul, forse a causa anche dell’obsolescenza forzata di cui sono rimasti vittime, sentono di essere nessuno o meglio di essere solo musicisti tra tanti altri che contribuiscono con la loro musica alla cultura collettiva. Al loro album hanno collaborato grandi nomi come Jill Scott, David Byrne, Damon Albarn, 2 Chainz, Snopp Dogg, Usher, Estelle e la band di elettronica svedese Little Dragon di “Drawn”.
8_ Creature Comfort / Arcade Fire da “Everything Now” (2017)
Una potente canzone dance-pop anni ottanta che parla di suicidio. Questo è.  ‘Some boys hate themselves, Spend their lives resenting their fathers. Some girls hate their bodies, Stand in the mirror and wait for the feedback’. I “creature comfort” sono quelle cose fondamentali che rendono la vita più piacevole e riducono la sofferenza, sarcasticamente trasformati dalla band di Montreal nell’atto del suicidio, frequente tra i giovani che cercano fuga dal dolore terreno. Il coro inneggia ‘Just make it painless’ e mentre balli e sei forse salvo dal verso  “We wanna dance but we can’t feel the beat’, il frontman Win Butler ti spara il verso ‘ She was a friend of mine, a friend of mine, And we’re not nameless, oh” –  forse riferendosi ad un’amica importante per lui. Ballare sul ritmo di questo pezzo è paradossale e grottesco come il mondo indifferente in cui si consuma il dramma e mette l’ascoltatore nella condizione di riflettere su ciò che gli accade intorno. Mai come in questo momento storico la musica con un messaggio da cogliere è stata così cool.
9_ Deadcrush / Alt-J da “Relaxer” (2017)
In occasione della recente uscita del nuovo album va concesso l’ascolto a questo fenomeno musicale dell’indie mainstream, se mi è permesso il gioco di parole. La verità è che questo pezzo è interessante. Synthbass oscuro che si contrappone a linee vocali ipnotiche e dai tratti orientali ripresi anche nelle coreografie da Bhollywood ambientato in un bunker post apocalittico. Il mood è di quell’umore lasciato da sessioni oniriche inquietanti e surreali ma non davvero spaventose da cui ci si riprende velocemente al risveglio.
10_ Eye Of The Sun / Fantasma ft. Moonchild da “Eye Of The Sun” EP (2015) 
In questa playlist ectoplasmatica degna della miglior caccia dei Ghostbuster non potevano mancare i Fantasma. Progetto musicale tra house e hip hop in cui convivono, grazie alla provenienza geografica dei vari componenti del gruppo, vari ritmi tribali Sudafricani come l’elettro-shangaan, il Guzu e il Maskandi. Spoek Mathambo, il fondatore del gruppo è una delle menti più creative della musica elettronica d’avanguardia Sudafricana, raccontata nel documentario “Future Sounds of Mzansi”.

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