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REPORT – Cantare nel buio di un club, come Cosmo ha scosso Locus Festival

a cura di Luigi Lupo

Cantare a squarciagola mentre si ondeggia sui quattro tempi. Come se ci si trovasse di fronte alle poetiche corde di un cantautore ma allo stesso tempo nel buio evasivo di un club. E’ così che ci si sente a un concerto di Cosmo dove la canzone e il racconto si uniscono a melodie sintetiche, a beat incanalati su un binario. Il gustoso cocktail si è riproposto sul palco del Mavù di Locorotondo, una masseria tra le meravigliose campagna della Valle d’Itria, in occasione di Locus Festival.

Cosmo, nome d’arte per Marco Jacopo Bianchi, ha portato in scaletta sia i pezzi del suo secondo album, quel L’ultima festa che lo ha condotto alla ribalta anche nel mainstream radiofonico, così come estratti da Cosmotronic, il lavoro della conferma, uscito nel 2018 e diviso in due parti: una dove si ripropone il mix di canzone e elettronica rivolta al dancefloor, la seconda orientata su una techno eterea, morbida e melodica sulla scia delle produzioni del giro Four Tet e Caribou. In veste da clubber anni Novanta, Cosmo è un trascinatore di folle, si muove dal microfono alla consolle, interagisce con i numerosi spettatori e li invita a “mettere da parte i cellulari”. Perché l’esperienza di un set in cassa dritta, motivato da testi tra il piano personale e quello sociale, va vissuta interamente. Quasi fosse l’ultima festa. E’ proprio l’acclamato tormentone a chiudere, in un tripudio di coriandoli e fantasia, un live di grande qualità, costruito come un dj-set con i pezzi si rincorrono ma senza confusione. Spazio, nell’economia della scaletta,  alle riflessioni di Le Voci e La Mia Città, alla carica di Turbo, all’euforia di Tristan Zarra. Nel periodo di massima forma dell’it-pop, che vede nelle arene piene di Calcutta il suo punto più alto, Cosmo riesce a raccontare una generazione che non ha smesso di sognare con la poesia ma che trova negli slanci del clubbing un rifugio dai tormenti del presente.

Prima del producer-cantautore di Ivrea, è stata la volta di un altro nome iconico dell’elettronica internazionale come James Holden, accompagnato dalla sua nuova band, gli Animal Spirits. Anche qui contaminazione in primo piano. Spezie orientali, visioni etniche e fascinazioni world trovano nelle costruzioni digitali del produttore britannico un compagno di viaggio per un percorso da vivere ad occhi chiusi. Sulla stessa scia – e i paragoni tra i due ultimi lavori si sono sprecati un po’ dovunque – la performance di Machweo, in apertura della serata. L’ultimo lavoro di Giorgio Spedicato, Primitive Music, è una virata verso un jazz elettronico, jam session immaginifiche su patter sognanti. Incroci di mondi e di atmosfere che sono il marchio di fabbrica di Locus Festival.

photo by Gabriela de Giacomo. Copyright Doyoulike.org (photogallery click here)

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