DOYOULIKE.ORG – Magazine di Musica: News, Interviste, Report, Concerti e Festival

DISCOVERING – Il giovane blues italiano di Andrea Cubeddu

7 aprile 2018 BLOG, NEWS

a cura di Lucia Tilocca

Da Preachin’ Blues dei Son House nasce Jumpin’ Up & Down, titolo del primo album autoprodotto di Andrea Cubeddu, classe 1993, sardo, ma residente a Milano da ormai diversi anni.

Dal suonare e cantare on the road, Andrea è approdato anche in diversi famosi festival, come il Chicago Blues Festival, Pordenone Blues Festival e il Festival Blues made in Italy. qui, il giovanissimo cantautore è stato premiato come artista Junior dall’associazione Italian Blues River.

Il blues è sempre stato nelle vene di Andrea come ci racconta la sua canzone (Blues in my veins) in particolare Blues del Delta e Hill Country Blues: così nascono 12 brani inediti dove la musica e i testi sono la forma che Andrea dà alla sua arte

Scopriamo insieme quest’artista, che dalla Barbagia approda a Milano, alla vita frenetica della metropoli, alle sfide quotidiane della nostra generazione e al farsi conoscere, iniziando dal suonare per strada fino ad arrivare al primo traguardo del disco.

Ciao Andrea, a quanti anni hai iniziato a suonare e comporre musica?

“Ho iniziato a prendere lezioni di chitarra verso i 12-13 anni nella scuola di musica del mio paese, Orani, sotto la guida del maestro Franco Persico. Durante il terzo anno la scuola mise su una band con alcuni allievi, me compreso, per suonare al saggio di musica di fine corso e così nacquero gli Incaz. Avevamo un repertorio di classici del rock e, come tutti i ragazzi di quell’età, volevamo dire la nostra, esprimerci con le nostre parole, e iniziammo a scrivere brani. Da allora non ho mai smesso né di scrivere né di suonare, sebbene abbia con il tempo cambiato genere e formazione (e mi sia pure messo audacemente a cantare).”

La passione per la musica, e successivamente nello specifico per il blues, è esplosa autonomamente oppure hai avuto stimoli ed imputati nell’ambiente familiare o nelle amicizie?

“I miei genitori hanno sempre ascoltato musica. In macchina giravano audiocassette di artisti internazionali come gli AC/DC, i Clash, i Police, gli Scorpions, Billy Idol, ma anche italiani, come Bennato e Vasco Rossi. la mia reale conoscenza della musica era comunque pari a zero, fino a che non ho iniziato a frequentare le superiori. Prima avevo un mp3, ma se mi avessero chiesto che musica ascoltavo, avrei risposto il classico “un po’ di tutto”. Così ho iniziato a confrontarmi con i nuovi legami di amicizia instaurati, sia musicisti in erba che appassionati di musica. La mia prima cotta sono stati Guns & Roses. Adoravo Slash, il suono graffiante della sua chitarra, la voce di Axl Roses, i loro testi, un misto tra poesia e turpiloquio. Da qua in poi è stato un viaggio a ritroso verso le origini del Blues: dai Led Zeppelin a Jimi Hendrix, dai grandi bluesman elettrici arrivando infine al Blues del Delta, ai canti di lavoro degli schiavi afroamericani e alla musica gospel. Non è stato un caso. Cercavo quelle sonorità a me più congeniali e vicine. Cercavo il modo migliore per esprimere quello che avevo dentro in musica e parole. Il Blues mi chiamava e, seguendo l’eco della sua voce nei vari generi sui figli, l’ho trovato.”

Da un piccolo centro della Barbagia a Milano. E poi la musica di strada, le performance nei locali. Com’è stato l’impatto con una grande città? È stato difficile importi e farti conoscere?

“Lo è ancora! Non sono un artista famoso. Sono conosciuto da una ristretta cerchia di persone, appassionati di Blues, musicisti, buoni ascoltatori di musica. Ho scoperto che proporre uno spettacolo di inediti non è facile, proprio per niente. Siamo nell’era delle Cover Band, addirittura delle Tribute Band (per chi non lo sapesse, la Tribute Band è una band che fa brani di un solo gruppo/artista, imitando nei dettagli non solo la musica ma anche le movenze e il vestiario di chi coverizzano). Molti locali preferiscono organizzare serate con incasso sicuro, facendo suonare magari un gruppo che propone i brani più celebri di Ligabue o anche classici del Blues, piuttosto che investire su progetti originali. E’ pur sempre un azzardo. Il pubblico spesso è passivo, musicalmente parlando. Si accontenta di ciò che sente in radio, nelle playlist create da spotify, non cerca, non si informa su cosa ascolta, non ascolta seriamente. Pochi locali continuano ad avere una programmazione di band con inediti. Questo non significa che cambierò la mia “politica aziendale”. Giammai. Continuerò a portare in giro le mie storie, a testa alta. E’ pieno di gente che crede ancora nella musica, e a loro è diretto il mio Blues.”

La musica è sempre stata la tua prima scelta oppure hai avuto dei momenti in cui hai pensato che sarebbe stato meglio mollare e dedicarti ad altro?

“Non ho avuto tanta scelta. La musica è una droga: da forti emozioni e causa dipendenza. La mia parte preferita è il processo creativo. Quando partorisco un’idea mollo tutto quello che sto facendo e mi ci butto a capofitto. Passo giorni con la chitarra in braccio a canticchiare motivetti e a scervellarmi sulle parole da scrivere. E poi non c’è più grande soddisfazione di proporre quei brani agli altri. Ad amici, al pubblico di strada e dei locali. A me piace troppo, fare arte. E’ un continuo evolvere, crescere, migliorare, creare, disfare, inventare. Dovessi cambiare lavoro, sceglierei comunque un qualcosa di manuale-artistico. Un qualcosa che mi sfinisca, mi svuoti fisicamente e mentalmente dalla mia voglia di creare. Come l’artigiano, il fabbro, il calzolaio. Qualcosa di semplice, di naturale. Per questo mi piace fare musica. Viene da dentro, senza troppe complicazioni. E’ puro istinto.”

Hai visitato diverse città europee e oltreoceano, qual è stata l’esperienza più significativa per te? Raccontami un po’…

“Guarda, non sono un grande viaggiatore, anzi. Vivo nel limbo del “vorrei, ma non posso”, o anche “vorrei, ma ho paura di..” e questo mi fa pensare. Ogni esperienza all’estero che ho fatto portandomi dietro il mio Blues è stata un’esperienza eccezionale. Dovrei girare più spesso, fuori dall’Italia. All’estero è più facile che si crei una relazione tra musicista e  pubblico. Spesso chi mi ascolta capisce anche il significato dei miei testi, in lingua inglese. L’ultima esperienza è stata a Londra il novembre scorso. Ho suonato una ventina di minuti nel locale di Blues più famoso della città, in compagnia del collega armonicista Marco Farris, e tutti erano davvero presi bene (coinvolti). Grossi applausi e tanti complimenti, dunque tanta soddisfazione. Sono una persona semplice d questo punto di vista. Quando al pubblico piace quello che suono, allora posso ritenermi più che soddisfatto.”

Parliamo del tuo disco. Cosa vuoi comunicare con i tuoi testi, e soprattutto le tue composizioni sono autobiografiche?

“Il disco è composto unicamente da inediti. Anche i nuovi brani che ho scritto rientrano nel discorso che sto per fare. Racconto storie della mia quotidianità. Delle mie sfortune in amore, dei miei rapporti d’amicizia, della mia solitudine, degli scontri e delle discussioni che ho con altre persone. Cerco di instaurare un rapporto di empatia con il pubblico. In questo momento, sento la necessità di condividere le mie sventure con gli altri e di rendermi conto, e far rendere conto a chi mi ascolta, che nessuno è solo. Che tutti viviamo gli stessi drammi, che la vita riserva gioie e tristezze a tutti. Racconto della mia visione del mondo. Spesso faccio la figura dell’ingenuo: do troppa fiducia, mi espongo emotivamente, sperimento e mi impegno in progetti apparentemente irrealizzabili. Tutto questo perché cerco di vivere appieno ogni momento, senza starci troppo a pensare, senza farmi troppi problemi. Cerco un vivere sereno. Racconto di come affronto i drammi classici della mia età. Di quanto sia difficile e assurdo il futuro che aspetta noi giovani, di quanto i sogni sembrino lontani e irrealizzabili. E parlo di sogni veri, di quelli che nascono dentro lo stomaco e tolgono l’appetito. Parlo di quanto sia difficile restare fedeli a se stessi e altrettanto facile svendersi, o “vendere l’anima al diavolo”, come si diceva un tempo. Di quanto sia difficile trovare la propria strada. E’ rincuorante sapere che tutti viviamo gli stessi drammi. Possiamo darci forza a vicenda, ridere e piangere delle nostre sventure, impegnarci insieme per costruirci un divenire migliore.”

Mi ha colpito molto l immagine del tuo disco. È sicuramente un omaggio alla tua (nostra) terra natia, ma qual è esattamente il suo messaggio?

“La maschera che ho disegnato è stata partorita durante la realizzazione della grafica del disco, e da quel momento è diventata il mio simbolo (tanto che me la sono tatuata pure sul braccio sinistro). Partiamo dal fatto che le nostre maschere tradizionali raffigurano animali tipici della fauna sarda, sia da cortile che selvatici. La maschera mette insieme due di questi animali, il cervo e la volpe, e dunque le loro principali caratteristiche: il primo, simbolo di forza, il secondo di astuzia. In più, sulla fronte della maschera, si apre in terzo occhio, la visione della mente, la conoscenza delle cose oltre la loro apparenza. In pratica, questa maschera rappresenta le migliori doti che, a mio avviso, un uomo deve possedere. – Se per assurdo avessi il potere di far tornare in vita un artista, fondamentale per te e per la tua arte, chi sceglieresti? Bella domanda. Sicuramente uno dei primi bluesman del passato. Come Robert Johnson, Son House, Charlie Patton. Mi accontenterei anche di una situazione simile alla necromanzia raccontata nell’Odissea: poter rievocare dall’Ade questi musicisti, conversare con loro, conoscere di più sul loro passato, sulle loro vite.Poter capire meglio quale fosse la loro idea di Blues. E magari farmi anche consigliare. Infine, riconsegnarli all’aldilà; una sorta di appuntamento, insomma…”

E invece quale artista contemporanea prediligi?

“Ce ne sono tanti. Sia del panorama italiano che internazionale. In Italia ho molti fratelli di blues che ascolto e con cui posso confrontarmi, come River of Gennargentu, Mirko Bigbon Zoroddu, i Don Leone, Paul Venturi, BB Chris. Poi ci sono i grandi americani, come Gary Clark Jr., John Mayer, Jack White, Ben Harper. Ascolto e apprezzo principalmente artisti con una personalità spiccata, il cui marchio è presente in maniera indelebile nella musica che scrivono.”

Suoni altri strumenti o ti piacerebbe imparare a suonare qualcos’altro oltre la chitarra?

“Mi piacerebbe imparare a suonare la tromba. Uno degli artisti del passato che più amo e ascolto e Louis Armstrong. La tromba era un prolungamento della sua voce. C’è anche da dire che i fiati, diversamente dalle chitarre, hanno un approccio all’improvvisazione tendente al Maggiore. La Dixieland, il blues jazzato di New Orleans, mette una gioia assurda, sebbene i testi navighino nelle scure acque del Blues.”

Parlami dei tuoi progetti per il futuro, dei tuoi sogni e delle aspettative…

“Sogno di poter arrivare ad un pubblico sempre più ampio rimanendo fedele a me stesso. Voglio continuare a suonare il Blues a modo mio, raccontare le mie storie e viaggiare sempre più in là, in posti nuovi che non ho mai visitato. Ho un costante bisogno di muovermi, scoprire, conoscere, imparare e crescere; la musica mi permette di fare questa vita, un po’ da ramingo. Poi, chissà, non riesco a fare programmi tanto alla lontana. Solitamente tutti i miei piani ben architettati vanno in fumo all’istante, perciò ho ridimensionato il mio modo di fare.

Grazie per questa intervista! Spero che ai lettori sia venuta voglia di ascoltare il mio disco e magari di venirmi a sentire dal vivo. Potete ascoltare gratuitamente il mio album Jumpin’ Up And Down su spotify.”

Ti piace questo Articolo? Condividilo!