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INTERVISTA – EMANUEL HARROLD, il batterista di Gregory Porter presenta “Look Forward “

17 gennaio 2018 INTERVISTE

a cura di Gigi Salvemini e Valerio Rinaldi (traduzione Marika Palumbo)

Conosciuto come il batterista di uno dei più grandi artisti della musica mondiale, Emanuel Harrold è anche e soprattutto un talentuoso musicista. Nel 2016 seguendo il concerto di Gregory Porter restammo stupiti dalla sua bravura e dalla sua carica ritmica. Nativo di St.Louis, nelle sue radici è evidente un legame indissolubile con la cultura africana, che onora anche nel suo ultimissimo EP “Look Forward”. Il Grammy Awards vinto nel 2017 con Porter è stato una boccata di aria fresca che ha dimostrato che è sulla strada giusta. Abbiamo conosciuto Emanuel Harrold: una chiacchierata tra tematiche sociali, album e un futuro che può riservare grandi successi.

Cosa ha ispirato la composizione  del tuo ultimo lavoro “Look forward”?

L’ispirazione per la musica e per tutto ciò che riguarda Look Forward (EP) è nata sia dall’energia della mia vita quotidiana sia dalla mia volontà di un approccio diverso nei confronti della musica, di non rimanere bloccato in una cosa fissa, in un solo stile.

Ascoltare la tua musica porta quasi immediatamente in una dimensione spirituale. C’è un’urgenza comunicativa in questo tipo di connessione all’ascoltatore. Qual’è il messaggio che vuoi veicolare?

Il messaggio che vuole dare questo EP proviene da una storia di lotta, libertà e l’ambizione di essere sentiti, amati e consolati. In riferimento alle persone, le relazioni e l’opportunità che un essere umano non debba chiudersi in una scatola o nelle sue abitudini quotidiane.

Dopo la vittoria dei Grammy Awards con Gregory Porter è cambiato qualcosa in te?

Il Grammy Awards è stato una boccata di aria fresca che ha dimostrato che sono sulla strada giusta. Sento di aver fatto conoscere la mia creativa abilità musicale. Ritengo che la musica di Gregory Porter aiuti migliaia, se non milioni di persone a guarire e a stare meglio.

I numeri dimostrano che sei un tenace artista da strada con 2000 concerti in oltre 50 paesi. Tra questi c’è una città, un paese, un tipo di pubblico o un’esibizione che ti sono rimasti particolarmente impressi in positivo? E in negativo?

La buona musica prevale dai piccoli locali ai grandi stadi. L’esibirsi così tanto ti permette di essere sensibile, classico e ti insegna ad essere un camaleonte che dà ai suoi ascoltatori ciò che vogliono ascoltare. L’unico aspetto negativo è di non avere abbastanza tempo per godersi la bellezza di tutte le città in cui ci esibiamo.

Hai speso molte parole in merito al jazz come tuo genere di appartenenza e  come genere musicale nativo americano e all’hip hop come evoluzione del jazz. Hai avuto modo di farti un’idea da “insider” sullo stato di salute di jazz e hip hop in Italia?

L’Italia è ricca di musica classica, jazz, hip-hop e musica elettronica. Ho alcuni amici e cugini che vivono li. Fortunatamente ci sono stato. In Italia ci sono musicisti grandiosi che conoscono, rispettano e amano la musica jazz, hip-hop e Afro.

C’è un Festival in Italia a cui parteciperesti con gioia?

Ricordo che qualche anno fa, credo il giorno di Capodanno, eravamo ad Orvieto. Il festival che c’era aveva vibrazioni positive…davvero eterogeneo. Potevi vedere Bobby Jones “Gospel”, Branford Marsalis, poi Dee Dee Bridge Water per poi finire con una Jam Session…era una bella situazione.

Sappiamo che oltre ad essere un prolifico musicista sei anche un insegnante e che estendi il tuo impegno sociale in altri modi. Ci puoi parlare della tua visione…

La mia idea è che ognuno insegna qualcosa. Non esiste un grande segreto nella musica. Pratica, esperienza e dedicare del tempo in ciò che ami. Fosse per me sarebbe bello fondare una No-Profit per creare musica senza pregiudizi e in più educare le persone sulla storia e cultura della musica Afroamericana dal Jazz, Hip Hop, Funk, Gospel, RnB al Blues.

Emanuel tu sei nativo di St.Louis ma nelle tue radici c’è un legame indissolubile con la cultura africana, che onori anche in “Look Forward”. Credi che l’afrobeat abbia importanza nel processo ancestrale di riscatto sociale del popolo africano in America e nel mondo? Quale sarà la sua evoluzione?

Sì, la mia famiglia viene da Kinloch e Ferguson che sono due città in St. Louis. La cultura africana e la sua arte, musica e ritmo hanno bisogno di essere diffuse negli eventi sociali. Il messaggio di molti processi ancestrali americani è andato perso e impedito dalla schiavitù. In più gli africani, ora afroamericani hanno perso la loro identità. Trovare un sistema per reintrodurre l’afro beat, e altre principali musiche africane, aprirebbe qualcosa di spirituale e musicale… molto profondo. Chissà, magari la musica potrebbe avviare un percorso di guarigione.

Quali consigli daresti ad un musicista che vuole far conoscere la propria musica? Gli diresti di puntare più sulla diffusione digitale o sui concerti dal vivo?

Il mio consiglio per chi vuole far conoscere la propria musica è di esibirsi live, di renderla digitale e di creare una bilanciata combinazione tra digital e live. Creare un sito web, rendere i prodotti disponibili su iTunes, Spotify, YouTube e copie fisiche. Siamo ormai nell’era digitale e molte persone ascoltano online ancor prima di considerare di comprare. Quindi, siate pronti a presentare chi siete e i vostri prodotti.

Fai già moltissime cose, ma un’ultima domanda è di rito. Hai in cantiere nuovi progetti, anche non musicali?

Sì, stanno per uscire alcuni video delle canzoni di  Look Forward EP. Ho #3QueensSD, ovvero 3 rullanti in sintonia con l’idea di dare ad ogni rullante un accordo che venga dal jazz all’hip-hop. Accordi, sensazione e qualità. Tutto ciò sarà fatto da Bay Custom Drums e nel 2018 vorrei aggiungere alcune canzoni a Look Forward EP e farlo uscire come album. Sto per lanciare la mia compagnia “beat” che si rifà a pop, hip-hop e musica dance. Come musicista cerco di portarmi avanti per essere più efficiente e musicale possibile.

“…Grazie Doyoulike.org per l’opportunità di farmi conoscere in questo viaggio musicale.”

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