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REPORT – I GOGO PENGUIN a Roma per la preview di Locus Festival 2018 (fotogallery)

a cura di Valerio Rinaldi

Inverno del 2016, Trani, nel “PadreBio soul bistrot” una serata qualunque diventa l’inizio di qualcosa quando parte One percent (questo articolo è soggetto ad inserzioni pubblicitarie, in qualche modo devo qualcosa a Marco il proprietario/chef). Quella sera è sembrato fosse stato il vino ad enfatizzare lo spirito della traccia che sul finale saltava come un cd graffiato pur essendo suonata da strumenti acustici classici in riproduzione da un mp3. Il dubbio è diminuito in modo inversamente proporzionale alla voglia di ascoltarli da vicino giorno dopo giorno, riproduzione dopo riproduzione, attraverso Fanfares, Man Made Object, vari video di loro live su Youtube e soprattutto ore di ascolto di v2.0 per mesi fino al 16 Febbraio alle 22:50 circa quando a 60/70 centimetri da me Chris Illingworth incensa la serata con gli accordi di piano iniziali di Raven.

Non si perde tempo con gli inglesi, sono ansiosi di far sentire il loro ultimo lavoro e così Nick Blacka al centro del palco parte sicuro col contrabbasso seguito dopo pochi secondi dal solido breakbeat di Rob Turner alla batteria. È difficile concentrarsi a scattare foto con una vecchia Canon del 2010 nel buio totale mentre si è sotto palco a poche decine di centimetri dalla band che da un anno e mezzo si vuole ardentemente ascoltare e vedere dal vivo. Solo dopo l’applauso e le incitazioni del pubblico sul finire di Raven ho percepito che la sala dietro di me era piena. Il pubblico del Monk di Roma accorso per l’occasione è molto soddisfatto. Mollo anch’io la fotocamera e applaudo più forte che posso. È sempre Chris a Iniziare Bardo, pezzo di lancio del quarto album in studio A Humdrum Star. I giri di note del piano sembrano percorrere la traiettoria di una foglia tenuta in volo dalle correnti di aria calda create dai beat di contrabbasso e batteria che come bolle di magma rovente esplodono in lapilli sotto di lei. Blacka che ha già in mano l’archetto, accortosi del pubblico di fronte a lui annuncia To drown in you dopo un breve ringraziamento e ligio al dovere attacca. Il terzo brano è l’ultimo che mi è concesso come timing per scattare le foto dall’organizzazione ma ad un certo punto mi sveglio dalla trance musicale sperando solo di aver scattato abbastanza e bene. I pinguini sono ipnotici e tutti lì nella sala sono alla mercè della loro abilità. Riguardo velocemente le foto nel minuscolo schermo e c’è molto nero, le luci degli spot colorati sembrano costellazioni ordinate e la loro luce evanescente disegna i contorni di questi esseri alieni.

È così che me li sono immaginati mentre suonavano A Hundreds Moon, notturna e tribale. Strid è diviso in 3 parti. Nella prima i 3 strumenti hanno un diverbio disordinato che nella parte centrale sembra spegnersi per poi proseguire in toni epici  in un tripudio di rullante con borbottio finale del contrabbasso. Tocca sempre a Blacka questo spiacevole compito verbale di presentare alcuni brani e i nomi della band altrimenti nota come una incitazione ai pinguini. È apparso sul palco un Mozart con i boccoli sciolti e lunghi che ondeggiano al ritmo di un heavy rondò progressive di Reactor. Strepitoso Turner sul finale.  Chris torna a deliziare i presenti con note ed accordi veloci di “Return to text” seguita dal funk travolgente di batteria e contrabbasso  di Smarra. Le distorsioni di stampo space-prog creano un ambiente surreale nella tempesta elettromagnetica che scompare sul finale lasciando storditi. Dopo un hi-hat riverberato acusticamente e un intreccio di note di piano crescente, uno stacco da frazione di secondo che suona visivamente come un abbaglio e due colpi di grancassa  riportano aria ai polmoni e spalancano gli occhi dopo una asfissiante apnea facendo esplodere negli alveoli note brevi e frizzanti. Altro breve stacco e tutte le note deflagrano come una abbondante inalazione di ossigeno a qualcuno che per un attimo ha smesso di esistere passando in questo Transient State.  Mentre Turner si prepara alla batteria Blacka fa un altro giro del riff iniziale di Protest facendo sembrare semplice e poco faticoso il pizzicare quelle funi di ferro della sua grande chitarra. L’attesa della batteria si ripaga generosamente  nel crescendo del pezzo che segna la fine di quest’ora così intensa di musica.

I pinguini si congedano gentilmente ma troppo velocemente per lasciare spazio al pensiero di un non ritorno sul palco. E così è.

L’imponente Window chiude maestosamente e senza rimpianti un concerto perfetto. Applausi, tanti. Soddisfazione infinita per me, Fabio e Marco che abbiamo chiuso un cerchio iniziato due inverni prima a un album e 450km di distanza dal primo live dei GoGo Penguin che ci eravamo promessi di vedere dal vivo.  Però in realtà c’è qualcosa che manca a questo quadretto felice da recensione “strappamutande”. Dovevano eseguire il primo brano che li ha resi per noi indimenticabili One percent. Diamogli un’altra possibilità di eseguirla, magari in una bella serata estiva il 29 luglio a Locorotondo per il Locus Festival. Sono certo che la faranno, finalmente.

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