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BLOG – Radiohead live all’I-Days Festival. “For two hours there I lost myself”

20 giugno 2017 BLOG, EVENTI & CONCERTI, NEWS

a cura di Marika Palumbo

Dopo non essere riuscita a partecipare al tour dei Radiohead del 2012, finalmente ho visto e ascoltato dal vivo una delle band che più sento mia. I disagi legati all’organizzazione di I-Days non hanno compromesso il mio entusiasmo e la mia emozione nel vedere uno dei miei sogni realizzarsi. Ho cominciato a scrivere questo report qualche ora dopo il concerto dei Radiohead ma la mia mente era ancora offuscata dal concerto, dalle emozioni, dalla stanchezza e dal caldo. Così ho deciso di aspettare e di superare quella tipica malinconia post-concerto, molto simile a ciò che si prova dopo un bel viaggio e raccontare la giornata con più lucidità.

Il racconto

Arrivo a Monza e la prima bella notizia viene dall’autista dell’autobus che ci aveva portati fin lì da Torino che ci comunica che dal parcheggio dell’autobus saremmo potuti arrivare all’Autodromo con una bella passeggiata di circa un’ora. Ovviamente questo intoppo non dipende dall’organizzazione degli I-Days anche se un parcheggio situato a più di 3 km dal luogo dell’evento è assurdo. Ma va bene, sono carica per il concerto, non mi arrabbio. Arrivo nei pressi della stazione e decido, assieme alla mia piccola combriccola, di prendere la navetta perché un’ora a piedi sotto il sole delle 13:00 avrebbe potuto compromettere l’intera giornata. Così ci dirigiamo verso la fermata più affollata chiedendo informazioni sulla navetta e sul biglietto. Dopo vari tentativi riusciamo a comprare il ticket online e a stamparlo (sì, siamo nel 2017, puoi comprare il biglietto con un click ma devi stamparlo obbligatoriamente per salire a bordo della navetta degli I-Days). Arrivo all’Autodromo e dalla fermata della navetta ci aspetta ancora più di un chilometro per raggiungere l’ingresso e, sorpresa delle sorprese, una fila di quasi due ore, sotto un sole inclemente prima di arrivare ai famosi controlli. La situazione è inverosimile e disumana. C’è gente che si sente male per il caldo, chi ormai ha collo e spalle bordeaux e chi si diverte a scherzare su questa brutta situazione. Ma per la musica, questo ed altro! Arriviamo finalmente ai controlli ed entriamo ma, ovviamente, non è ancora finita. Un uomo della sicurezza ci comunica che bisogna percorrere ancora circa 1000 metri e sono quasi certa che abbia cambiato l’unità di misura per confonderci. Perdiamo qualche decimo di entusiasmo ma arriviamo all’area concerto e riusciamo a piazzarci tra le prime file del main stage. Ed è qui che comincia la vera agonia. Il caldo, la sete e gli Ex-Otago. Ma noi  diamo loro una possibilità: li ascoltiamo e li cantiamo perché “ci vuole tanto coraggio”. Decidiamo di riprenderci con un po’ d’acqua ma i maledetti token ci obbligano a spendere minimo 15€ che, per una persona che non desidera altro che una bottiglietta d’acqua, mi sembrano un po’ esagerati. Desistiamo e la compriamo da uno dei venditori ambulanti che giravano tra la folla che chiedeva un prezzo variabile e decisamente esagerato: italiani 3€ o 3,50€, stranieri 4€. Ma noi ci stiamo disidratando e quindi la acquistiamo. Per fortuna sale sul palco Michael Kiwanuka e la sua favolosa band. Una piacevolissima sorpresa che ha risollevato i nostri animi regalandoci  un soul degno di essere chiamato tale. Quindi tanti big up per Michael Kiwanuka e la sua band che non riesco più a smettere di ascoltare.

Il ritmo serrato della scaletta della giornata ci porta a James Blake che ha aperto i Radiohead anche a Firenze lo scorso mercoledì 14 giugno. Ho riposto mille aspettative su di lui in quanto fan ma, al di là della sua voce su cui si possono solo esprimere giudizi positivi, devo ammettere che la qualità del live non è stata all’altezza delle mie aspettative. Si esibisce in trio e, forse per il sole cocente o per una sua mania di perfezione, più di una volta interrompe l’esecuzione delle tracce per ricominciare senza errori. La voce unica di James Blake risuona in tutto il parco alternando la carica di pezzi come Voyeur alle epocali Modern Soul e Limit to Your Love. Un live che ha mostrato tutte le sfaccettature di James Blake dal suo animo dubstep a quello più vicino al neo-soul. James Blake ci regala anche Retrograde suonata in collaborazione con il pubblico. Sì, proprio così, perché durante il campionamento del vocal iniziale che andrà in loop per tutto il pezzo, James Blake campiona anche l’entusiasmo del pubblico che esulterà per tutta la canzone. Tralasciando i vari intoppi, James Blake conclude il suo live con The Wilhelm Scream e ci saluta augurandoci un buon concerto con il suo sorrisetto innocente e la sua faccia da bravo ragazzo inglese.

La stanchezza aumenta, la sete pure, allontanarsi dal palco significherebbe perdere la posizione guadagnata e quindi basta soddisfare bisogni primari. Acqua, cibo e bagni chimici non sono una priorità. Il sole comincia a darci tregua e ci lascia un cielo meraviglioso e un tramonto perfetto. L’aria si fa più fresca e si intrufola tra i nostri corpi provati e impazienti. I Radiohead sono finalmente sul palco. Mi guardo intorno. E’ perfetto.

Sono 25 i brani che i Radiohead regalano al pubblico di Monza, continui salti tra presente e passato, e tante, tante emozioni. Non racconterò tutta la scaletta ma parlerò dei momenti che mi hanno fatto chiudere gli occhi o che hanno provocato piccoli colpi al cuore e qualche lacrima. Il concerto parte dal presente, da quella  Daydreaming estratta da A Moon Shaped Pool, ultimo album della band, e salta nel passato con l’immensa Airbag. Credo davvero che i Radiohead siano back to save the universe e credo anche di averlo urlato durante questo brano che non mi stancherò mai di ascoltare. I giochi di luce sono suggestivi ma a tratti banalucci e i visual mostrano principalmente i primi piani assemblati in un unico quadro ovale. Non mi sono dispiaciuti affatto. Tra i momenti epici della serata non posso non parlare di Pyramid Song aperta da Jonny Greenwood che appare con un arco e suona la sua chitarra come se fosse un violoncello. I Radiohead infieriscono con All I Need, brano non suonato a Firenze che ha mandato in tilt molti dei cuori presenti a Monza e Everything in Its Right Place. Thom Yorke si rivolge al pubblico in italiano o almeno ci prova e si esibisce nelle sue famose mosse strambe. Ho notato che, nonostante parte delle canzoni della scaletta fossero tra le più famose della band, Thom Yorke non ha mai smesso di cantare neanche quando i cori del pubblico quasi sovrastavano la sua voce. Il rischio di proporre i brani più famosi è proprio questo ma mi ritengo personalmente soddisfatta nonostante ci siano altri pezzi che mi sarebbe piaciuto ascoltare. D’altronde, con un pubblico stimato di 55.000 persone, è normale che si tenda ad accontentare la massa. Exit Music è un capolavoro. Ho sempre desiderato ascoltarla dal vivo e non credevo di riuscirci. Ho dovuto anche litigare con qualcuno per godermela come ho sempre immaginato. Un momento simile è dato anche da Fake Plastic Trees che emerge dal palco verso un pubblico quasi completamente in silenzio. Idioteque mi è parsa poco carica. Non mi ritengo capace di esprimere giudizi tecnici ma mi sembrava che il suono non fosse abbastanza potente per un pezzo come questo. Resta comunque, a mio parere, uno dei capolavori dei Radiohead. L’unico momento in cui Thom Yorke si rivolge al pubblico in inglese è poco prima di 2+2=5 con insulti nei confronti di Theresa May, Margaret Tatcher e Donald Trump. Paranoid Android viene sovrastata dal pubblico che, come molti altri hanno già notato, intona anche gli assoli di chitarra. I Radiohead aggiungono alla scaletta Creep, singolo di debutto della band dei weirdos che non smetterò mai e poi mai di amare. Quindi sì, è tra i pezzi più conosciuti e sono contenta che lo sia così come sono contenta di aver ascoltato questo pezzo dal vivo. Dopo Creep i Radiohead concludono il secondo bis con Karma Police e con un Thom Yorke che lascia cantare il pubblico la nota frase di chiusura della canzone. Il frontman accompagna le nostre voci con la sua chitarra intonando con noi: “for a minute there, I lost myself”. I Radiohead si confermano tra le band iconiche e immortali. Sento di aver vissuto un momento storico e quasi un sogno. Per i Radiohead vale la pena anche sorbirsi i disagi dell’organizzazione di I-Days. Vale la pena desiderare di rubare una bottiglietta d’acqua o una birra dalle mani di qualcuno che ce l’ha fatta. Vale la pena rischiare di svenire o di non riuscire a tornare a casa. Vale la pena tutto.

For two hours there I lost myself.

 

 

 

 

 

 

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