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REPORT – Ghemon, il rap melodico dell’amore e delle passioni
Il rap che parla di amore, di sogni, non solo ribelle e cattivo. Ghemon ha dato una nuova veste al mondo dell’hip-hop: lo ha spogliato del tocco solitamente aggressivo e gli ha donato delicatezza, serenità e funky. Orchidee, il suo ultimo album portato in tour al Demodè di Modugno lo scorso sabato, mette in primo piano la musica rispetto alle parole. Che restano fondamentali ed importanti, come nella migliore tradizione rap, ma vengono animate e valorizzate da chitarra, batteria e tastiera sapientemente manovrati dalla band.
Ghemon arriva sul palco in forte ritardo rispetto all’orario previsto, anticipato da un gustoso contest hip-hop che scalda il pubblico e porta numerosi ragazzi ad esibirsi nella break-dance. Bandana alla testa, t-shirt e cappotto, Gianluca Picariello, accompagnato dalla splendida voce di Alessia Marcandalli, intrattiene, coinvolge, scalda la folla. “Quando imparerò”, traccia che sta conquistando le radio giorno dopo giorno, è cantata a squarciagola così come “Adesso sono qui”, altra hit del momento. Poi tutti i pezzi forte del lavoro: “Da lei (con lo scudo e la spada)”, leggera ed orecchiabile, “Smetti di parlare”, che di rap forse ha ben poco, “Fuoriluogo ovunque”, dove prevalgono sonorità jazz. Qui è il testo a delineare l’essenza del giovane artista, è un racconto autobiografico della sua vita, dei suoi sacrifici. “Cappuccio in testa e giù dal taxi dove quasi dormivo, ma sono schivo, quasi le sette, ancora l’alba ed io scrivo” è l’attacco di una storia di amore e di sofferenza. Per la musica e la passione che ti portano a soffrire per “lei” che è lontana. L’amore torna in “Crimine”, traccia in cui la parte rappata incontra delicatamente la musica. “Orchidee” lascia poi spazio al vecchio Ghemon, più underground nel suo hip-hop, meno melodico, più duro. Ed è così che si arriva all’omaggio alla sua fonte di ispirazione. Stop alla musica e largo al monologo: Ghemon racconta della sua ammirazione per J Dilla, rapper e produttore nato a Detroit e scomparso nel 2006. “Lui – ha raccontato sul palco – ha saputo innovare il mondo dell’hip-hop inserendo nelle battute di una macchina, un elemento naturale. Una scelta che ho ripreso e di cui sono grato”. Si riprende con i pezzi di “Orchidee” fino al manifesto della carriera dell’artista espresso con la canzone “Nessuno vale quanto te”, ultima in scaletta. Ancora una volta è un discorso ad anticiparlo. E sono parole che spronano a credere in sé stessi, a non mollare. I sogni prima dei soldi. Le passioni per cui lottare non hanno un prezzo ma costano sacrifici. “Non mi sono mai seduto, certe era troppo ma ci ho creduto”- recita il testo. C’è commozione tra il pubblico, gli occhi diventano lucidi, si avviano riflessioni interiori. Il rap di Ghemon non è criminalità di strada e attacco al sistema, è celebrazione dei sentimenti e della propria voglia di crescere. Senza mai smettere di imparare. “Quando imparerò, non mi basta una vita intera…”.
Luigi Lupo e Gigi Salvemini
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