REPORT – “Alt-J” a Milano, la semplicità per un pop unico ed eclettico

di Luigi Lupo

Un concetto di pop originale, eclettico, unico. La veste con cui si presenta l’ultimo album della band “Alt-j”, “This is all yours”, prescinde dai concetti, ora così in voga, di alternativo ed underground.  Lo sono, per certi versi, ma non aspirano a presentarsi tali. Del resto il cantante e chitarrista, Joe Newman, non ha nulla da nascondere quando dice di essere fan sfegatato di Miley Cirus.  E, nella stessa intervista a Rolling Stone, afferma  di essere un amante del pop.  Ma, quello che propone il gruppo inglese, è molto di più.  Viaggia su tappeti elettronici, indie rock nelle chitarre e tastiere,  folk raffinato e melodico nelle voci.  E un modo di presentarsi minimale, semplice ma non per questo non coinvolgente. Così è apparsa la band nel concerto di sabato scorso al Mediolanum Forum di Assago: si sarebbe dovuto tenere all’Alcatraz ma le eccessive richieste di biglietti(sold-out) hanno fatto sì che si tenesse in luogo molto più capiente. Pieno in ogni ordine di posto di ragazzi, un’età media non superiore ai 35 anni nel giorno di San Valentino. Quale migliore occasione per apprezzare ottima musica in compagnia del partner.

Preceduti dagli interessantissimi “Wolf Alice”, il tastierista Gus Hunger-Hamilton, il cantante e chitarrista Joe Newman, il musicista aggiunto Cameron Knight (basso, chitarra, percussioni) e  il batterista Thom Green si presentano sul palco con molta eleganza e compostezza. Il nero predomina nel loro abbigliamento, sinonimo di look minimal e alternativo  allo stesso momento.  Calano le luci, inizia “Hunger of the pine”. Dietro di loro, visual geometrici e schematici si accordano con la meticolosità con cui la band esegue i pezzi. Concentrati, schematici, non perdono d’occhio gli strumenti, lasciano poco spazio allo spettacolo, tanto alla musica. Non ci sono pose particolari, atteggiamenti tipici del rock: solo la voglia di esprimere quanto di bello ed originale c’è nelle loro produzioni. Si prosegue con “Fitzpleasure”, poi “Left and free” fino a “Matilda”.  Che merita un accenno speciale(almeno a mio parere).  Buio quasi totale, luci solo sui protagonisti. E la canzone, quasi una ballata folk contaminata, entra nei cuori ed esce dagli occhi lucidi del pubblico. Che è commosso, canta ma anche balla. Perché nei loro pezzi c’è una carica simil new-wave mista ad un’aria più melodica.

“Every other freckle” vede un inizio un po’ più in ombra, sembra che Joe sia stanco. Poi la sua voce irrompe più calda che mai. Chi, invece, non accusa mai il colpo è Thom Green, batterista instancabile, stakanovista, anima pulsante del gruppo. I ragazzi, dal parterre fino alle tribune, formano con le mani un triangolo. Scelta non casuale: “alt-j” è, infatti, la combinazione della tastiera dei pc con cui si rappresenta un triangolo, simbolo della band.  Bis per “Nara” e “Leaving Nara, l’attesa è per “Breezeblocks”. Dopo un’oretta di concerto, ci si aspetta che si allontanino dal palco per poi tornare di colpo e proporla. Non è così. La eseguono in chiusura. E i brividi sulla pelle crescono di intensità. Cantare “my love, my love, my love” sembra perfetto per celebrare la festa degli innamorati. Di chi ama la musica. E Alt-J hanno rinnovato, ancora una volta, quel rapporto unico con l’ascolto che ci rende, al termine di un concerto, persone migliori.

Intanto, nuova tappa in Italia: proprio oggi la band ha annunciato la presenza al “Rock in Roma” il prossimo 14 giugno.

Ps.Un ringraziamento speciale ai due “Giacomo”, simpatici amici bergamaschi con cui ho condiviso birra ed emozioni del concerto. Un saluto anche alle simpatiche ragazze di Empoli per la loro piacevole compagnia.