REPORT – Interpol a Milano: introspezione, rabbia, capolavoro…

a cura di Jack Malombra

É difficile descrivere nero su bianco l’altalena di emozioni e ricordi mentre gli Interpol mettevano in scena uno dei dischi fondamentale per la mia crescita personale.

Una breve premessa: molta gente si lamenta dei live degli Interpol perché non riescono a raggiungere un particolare picco di hype e perché Paul Banks “dovrebbe fare qualcosa per la sua voce”, io posso rassicurare voi lettori che dalla quinta fila sul lato di fronte alle casse ho sentito un ottimo live, almeno finché non ho deciso di spostarmi.

15 anni di Turn On The Bright Lights, un disco senza tempo, dopo tutti questi anni é ancora lo stesso capolavoro, introspezione, rabbia, post-punk, riesci ancora a sentire tutto quanto, le sue sfumature sono le stesse, il tempo non le ha sminuite, non c’é niente di banale, può essere una domenica d’agosto o un lunedì di dicembre, appena premi play diventa subito notte con delle luci rosse in lontananza e più ti avvicini più diventano luminose.

Untitled in apertura anticipa ciò che ascolteremo, immediatamente é forte una sensazione “senza titolo” di ostinata sopravvivenza: ripenso a uno dei tantissimi lettori Mp3 che ho avuto, era bianco, pochi MB a disposizione, non aveva un’interfaccia a menù, potevi solo andare avanti ed era difficile ogni volta cercare Untitled perché la U é una delle ultime lettere dell’alfabeto.

La scaletta procede di pari passo a quella dell’album, nonostante la conoscessi ogni canzone era un colpo al cuore, mi soffermo su PDA, il brano che mi faceva compagnia durante le lezioni di matematica nella scuola di figli di papà in cui ero capitato dopo la bocciatura, ricordo che pensavo sempre a come mi sarei sentito se avessi avuto l’occasione di assistere alla sua esecuzione dal vivo ed eccola qui, una delle batterie più energiche dell’album, la tonalità monocorde di Paul Banks e quello Sleep Tonight che mi ha fatto compagnia per tutta l’adolescenza.

Mi accendo una sigaretta, me ne accendo un’altra e arriviamo a Stella Was a Diver and She Was Always Down, mi scende una lacrima, capisco di non essere più il ragazzino che si sentiva come Stella ma piuttosto un adulto che prova ammirazione per lei, il suo coraggio nel darsi pace e quel She Broke Away che mi scava dentro, ripenso a quanto piaceva ad un amico che abita lontano da me, ripenso ai discorsi fatti con questo sottofondo e a tutti/e gli/le “Stella” che ho incontrato.

Dopo l’intero album Paul e soci annunciano che hanno qualche altra canzone per noi, decidiamo di spostarci un po’ e vivere in maniera meno emotiva il resto del concerto, Not Even Jail, C’mere e qualche altro brano di Antics per poi chiudere prima del bis con i singoli Slow Hands e All The Rage Back Home. Nel bis un paio di pezzi veramente brutti dall’omonimo Interpol, quel disco é letame puro, per fortuna é arrivata subito Evil in conclusione. Questo live é stato il promemoria su come  i ricordi sono un’arma a doppio taglio. Se sono brutti fanno male, se sono belli fanno ancora più male.