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REPORT – KAMASI WASHINGTON show al Tunnel di Milano
a cura di Marco Rosito
Dopo i sold out di Bologna e Roma, l’attesa e le aspettative per la data milanese di Kamasi Washington erano altissime e Milano ha risposto alla grande, con un Tunnel Club al limite della capienza e registrando l’ennesimo tutto esaurito. Questo a dimostrazione del fatto che il jazz stia godendo di un periodo di rinascita, grazie anche ad artisti come Kamasi Washington o, ad esempio, Robert Glasper, che non hanno paura di farsi influenzare e contaminare, inserendo nella loro musica elementi di modernità. La sensazione appena entrati è quella di stare per assistere a qualcosa di epico e imperdibile.
Un evento, più che un semplice concerto. Un obbligo quello di esserci. E ci sono giovani, meno giovani, jazzofili incalliti e amanti del groove. E nessuno di loro sarà scontentato.
Start: ore 22:30. La band si palesa ed è subito delirio. Si parte con un’intro che sfocia nel brano di apertura dell’album, “The Change of The Guard”, che il pubblico immediatamente riconosce e acclama. Questo è sicuramente il brano più imponente del disco, carico di temi suggestivi, suonati all’unisono dal sax di Kamasi e dal trombone di Ryan Porter e arricchito dagli ampi spazi improvvisativi del live, che dilatano il brano ad oltre quindici minuti, nei quali questi musicisti ‘losangelini’ dimostrano appieno il significato del termine “interplay”. Un affiatamento nato tra i banchi di scuola, quello di un gruppo di amici che suonano insieme da anni. La band, infatti, fa parte del collettivo West Coast Get Down e, durante la registrazione di The Epic, lavorava parallelamente anche ai progetti solisti degli altri componenti. Il concerto prosegue con “Final Thoughts” e qui il groove la fa da padrone. Basta guardarsi intorno per averne la percezione, nessuno può fare a meno di muoversi con quest’onda sonora. Le atmosfere del brano passano dal latin al free jazz, c’è Coltrane ma c’è anche Santana, ci sono due batteristi che si completano a vicenda e un impressionante Miles Mosley che col suo contrabbasso carico di filtri, fa da colonna portante per le improvvisazioni dei fiati e delle tastiere. Non si può che rimanere rapiti dalla tavolozza di suoni che questi musicisti sono in grado di creare: Brandon Coleman suona la tastiera con la timbrica (e l’impugnatura) di una chitarra, Mosley trasforma il suo contrabbasso in un synth utilizzando l’archetto, Kamasi riesce a tirare fuori l’anima dal sassofono, anche con una sola nota. L’atmosfera si fa più rilassata con il brano “Henrietta our hero”, che Kamasi dedica a sua nonna. Questo è il momento in cui tutti percepiscono il valore e la bellezza della voce di Patrice Quinn, la bellissima corista che fino a quel momento aveva accompagnato i fiati, rafforzandone gli unisoni nei temi. La sua interpretazione è carica di passione ed il brano è uno dei più emozionanti del set. Kamasi invita sul palco anche suo padre, Rickey Washington, che con il sax soprano ed il flauto va a completare la sezione fiati. Come in ogni concerto jazz che si rispetti c’è anche il momento dei “solo”. Si parte dal contrabbasso di Miles Mosley.
Precisazione: questo qui con lo strumento fa davvero quello che vuole. Ha una padronanza estrema, e passa dai registri più acustici a quelli più elettrici e carichi di effetti con una naturalezza disarmante. Il suo brano, “Abraham”, è forse il più carico della serata. La sua voce è soul e i continui richiami alla band ricordano da molto vicino gli stop di James Brown. Quando cita “Voodoo Child” di Jimi Hendrix il Tunnel esplode. Dopo di lui tocca ai due batteristi: Tony Austin e Ronald Bruner. Il primo con uno stile tra il latin e il rock, il secondo più suo agio con gli stilemi dell’RnB e del neo soul, fanno divertire un pubblico ormai del tutto rapito e partecipe, preparandolo per il gran finale di “The Magnificent 7”. Dopo quasi due ore di musica la band si congeda con una versione più lenta e “laid back” di “The Rhythm Changes” che per alcune sonorità ricorda l’Herbie Hancock di Possibilities. La voce della Quinn ritorna ad accarezzare il microfono mentre i fiati di Kamasi e Porter ci offrono l’ultimo assaggio delle loro eccezionali doti improvvisative. L’aspettativa non è stata disattesa. Kamasi ha raccontato la sua epopea, e la sensazione è che questo sia solo stato il primo capitolo.
Set list: Intro – The Change of the Guard – Final Thoughts – Henrietta our hero – Abraham (Miles Mosley) – Drum solo / The Magnificent 7 – The Rhythm Changes
Line Up: Kamasi Washington (Sax, Tenore) – Ryan Porter (Trombone) – Patrice Quinn (Cori) – Brandon Coleman (Tastiera) – Keytar Miles Mosley (Contrabbasso) – Tony Austin (Batteria) – Ronald Bruner (Batteria)




