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REPORT – Verdena, un’ora intensa, una mediocre
I Verdena al Demodè hanno un po’ esagerato. Anzi forse qualcosina in più. Arriviamo al Demodè per le otto e mezza, carichi come non mai. Viaggio in macchina con Endkadenz Pt1 a palla, i concerti del 2011 ancora in testa e atmosfera magnifica. Insomma, i presupposti per vivere al meglio questa prima data pugliese dei Verdena nell’era “Endkadenz” c’erano tutti. Purtroppo in certe situazioni, anche volendo essere di parte, non si riesce proprio a chiudere un occhio. E neanche due.
Demodè quasi sold-out già ai Jennifer Gentle, davvero una sicurezza. Chi più, chi meno, penso tutti abbiano apprezzato la scelta dell’opening-act, valore aggiunto della serata. Anzi, oserei dire, quasi unico valore della serata. Dopo tre quarti d’ora di set, i Jennifer Gentle lasciano i palco tra gli applausi.
Inizia con leggero ritardo il live dei Verdena. Entra Luca con nonchalance, seguito dal fratello e da Roberta Sammarelli e subito la prima sorpresa: per la prima volta dall’inizio del tour di Endkadenz, non aprono le danze con “Ho una fissa” ma con “Alieni tra di noi”. Inizio a storcere il naso. Personalmente è quella che ho assimilato peggio del disco e iniziare con ritmi bassissimi ha smorzato notevolmente gli entusiasmi. Noto con stupore che c’è una cura più attenta alla scenografia rispetto ai precedenti tour, tramite l’utilizzo di visual e luci colorate. Pochissimi la cantano e si passa alla traccia di apertura del nuovo disco: “Ho una Fissa”. L’atmosfera si riscalda a dovere e iniziano le prime violenze gratuite tra il pubblico. Si procede con “Un po’ Esageri”, che, come molte canzoni dei Verdena, live ha quella carica in più che non riesce ad emergere nel disco. Il live sembra aver preso la giusta direzione. Il live procede con “Sci Desertico” e “Loniterp” (del precedente lavoro “Wow”). I Verdena sembrano entrati appieno nel mood che caratterizza la nuova fatica e sembrano incastrare sapientemente nuovi e vecchi successi. Alberto posa la chitarra e raggiunge le tastiere per eseguire “Vivere di Conseguenza”, “Contro la Ragione” e “Per Sbaglio” e si materializzano i primi problemi. A intervalli molto rapidi il frontman della band bergamasca si gira verso il tecnico di palco chiedendo con insistenza di alzare il volume delle casse monitor proprio sotto di lui. Si procede con la tiratissima “Derek” e finalmente arriva il primo tuffo nel passato con “Starless”, estratta da “Solo un Grande Sasso” , forse punto più alto della serata. Il riff della Sammarelli rimbomba fino a far vibrare lo stomaco degli spettatori. Poi ancora “Attonito”, “Lui Gareggia” e “Canos” vedono scatenarsi Luca Ferrari, sempre impeccabile.
Bene, se sei fan sfegatato dei Verdena o semplicemente molto suscettibile, ti consiglio di interrompere qui la lettura. Perché , manco a farlo apposta, i Verdena hanno saputo reggere il palco e il nervosismo esattamente per metà concerto.
Parte una delle canzoni meno attese della serata, malgrado molti fan non ci sperassero quasi più. Stiamo parlando di “Angie”, canzone che la band raramente suona dal vivo. I fan cantano impazziti, anche se in realtà nessuno si rende conto che Alberto con atteggiamento di eccessiva sufficienza, sbaglia gran parte dell’arpeggio iniziale (e non solo). In più è una versione ri-arrangiata che non dà giustizia alla canzone: via i chitarroni finali e dentro un pianoforte evitabilissimo. Qualcosa non funziona e lo attesta lo sguardo di Alberto. Non è sereno e capisco che sta per succedere qualcosa. Razzi Arpia Inferno e Fiamme è anch’essa ri-arrangiata. Quello che più mi colpiva di quella canzone, ovvero la batteria, è scomparso. Al suo posto un 4/4 standard che definire banale è un eufemismo.
Alberto torna al piano ed è qui che succede il fini mondo. Primo accordo di Puzzle ripetuto all’inverosimile per prendere tempo e comunicare con il tecnico di palco. Alberto non è soddisfatto della resa delle casse monitor. Per intrattenere il pubblico Roberta, più loquace del solito, intona “Wrecking Ball” di Miley Cyrus, Alberto la accompagna e prende vita un siparietto che strappa qualche sorriso al pubblico. Parte finalmente “Puzzle”. Attacca la batteria e Alberto continua a manifestare gli stessi problemi che lamentava qualche minuto prima. Quindi si lascia andare definitivamente e urla contro in cielo, prende a pugni la tastiera, si alza e butta lo sgabello all’aria. A quel punto solleva la cassa monitor (sicuramente più pesante del minuto frontman bergamasco) e la sposta con fare isterico. Si rivolge al pubblico: “Non sento un cazzo”. Luca, il fratello, a quel punto si alza dalla batteria per andare a calmarlo e Alberto, di tutta risposta, gli ruba le bacchette e comincia a suonare la batteria senza un apparente motivo logico. Torna al piano, ricomincia il brano per la terza volta e, finalmente, lo porta a termine. Una volta finito, però, continua a prendere a pugni la tastiera e cerca di buttarla per terra. Fondamentale è l’arrivo di Roberta che cerca di calmarlo. (Dal pubblico si sentono commenti, altrettanto imbarazzanti, del tipo “Baciala”, riferito a Roberta o “Spacca tutto” ). A quel punto Alberto abbandona il palco. “E’ andato a prendersi un bicchier d’acqua, sta tornando”, dice Roberta, prima di seguirlo. 10 minuti di niente. La gente è senza parole, incredula.
Tornano tra gli applausi e tornano anche i problemi col piano. Tocca a “Scegli Me” e, per l’occasione, stanco di lottare contro i mulini a vento, Alberto si alza dal piano e continua la canzone cantandola in piedi. Il risultato è quasi imbarazzante. Senza il piano questa canzone non ha motivo di esistere. Il concerto è ormai compromesso, la nuova “Inno del Perdersi” ne è la prova: Alberto ce l’ha anche con la chitarra: il suono che vien fuori dalla chitarra non è come lo immaginava e, dopo aver ricominciato la canzone una decina di volte, decidono che forse è meglio attaccare con la prossima. E’ “Valvonauta”. Il momento potenzialmente migliore della serata , ovvero il singolo che ha reso nota la band di Albino, è suonata con una fiacchezza non indifferente. Torna Inno del Perdersi, tornano i problemi alla chitarra. A quel punto l’unico pensiero del frontman dei Verdena sarà stato finire il concerto il più preso possibile. Quindi dopo le tiratissime “Muori Delay” e “Rilievo” (Con altri problemi, questa volta di intonazione, alla chitarra.), non si concedono la classica pausa prima dei bis e attaccano subito con “Nuova Luce”, “Luna”, “Ovunque”, “Don Callisto” e “Funeralus”. A quel punto, finito lo show, Alberto sbatte per terra la chitarra e abbandona il palco senza guardare nessuno. E come al solito la bassista Roberta Sammarelli che si fa intermediaria tra il pubblico e la band e saluta tutti, ringraziando.
Davvero una caduta di stile per quella che forse è la band più apprezzata nel panorama alternativo italiano. Più che un concerto mi è sembrato di assistere alle prove generali del tour. Pezzi interrotti, suoni improvvisati e cambiati a canzone in corso (Addirittura in Luna, Alberto si è avvicinato verso il fratello dicendo di suonare con meno veemenza). Oltre alla indiscutibile carenza dal punto di vista tecnico, è venuta meno la professionalità della band, con atteggiamenti a dir poco rivedibili. Uno dei momenti peggiori, la scenata contro i tecnici, reputati “poco professionali” e derisi all’inverosimile dalla band stessa. Abbandoniamo il Demodè arrabbiati ma soprattutto dispiaciuti per l’occasione mancata. Sulla carta una scaletta quasi perfetta, che intrecciava tra loro vecchi capolavori e nuovi brani, già nel cuore dei fan. Due ore piene di concerto, di cui una molto intensa e una incredibilmente mediocre.
Luca Occhionigro
(foto a cura di Luigi Lupo)




