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REPORT – Of Monsters and Men, il suono che libera e commuove
a cura di Luigi Lupo
C’è una piacevole brezza. Il caldo romano diventa più sopportabile. E’ come se nell’aria circolassero, ad un certo punto, venti, sapori, suoni dell’Islanda. Gli Of Monsters and Men compaiono sul palco in un’atmosfera unica. Quella dell’Auditorium Parco Cavea, ottima struttura dal punto di vista architettonico e dell’acustica. Il concerto nella Capitale rappresentava la loro seconda tappa in Italia dopo il live del giorno precedente a Milano. Ma per il quintetto islandese conta poco. La voglia di esprimere la loro terra, le emozioni e la ricerca interiore che sprigiona, li portano a proporre una nuova scaletta. E a stupire il giovane e trepidante pubblico. Che, inizialmente, è sistemato, quasi fosse a teatro, nei parterre centrali e in tribuna. Tutti rigorosamente seduti, fresche birre in mano, dolci sorrisi sulle labbra.
Le luci calano. I cinque entrano. La scenografia alle loro spalle è da brividi. I tamburi potenti fanno il resto. La musica comincia a salire, a scaldare gli animi. Così tantissimi ragazzi abbandonano i posti sedere e si riversano sotto palco muniti di telefonini con fotocamere. L’atmosfera da concerto è completa. La voce di Nanna Bryndis Hilmarsdóttir, in Thousand Eyes, è delicata, ipnotica. Quella del simpatico chitarrista Ragnar “Raggi” Þórhallsson, cantante , è calda. Il connubio, insieme al chitarrista Brynjar Leifsson, il batterista Arnar Rósenkranz Hilmarsson e il bassista Kristján Páll Kristjánsson, fa di “Of Monsters and Men” un progetto dalle varie sfaccettature musicali. Se il primo album, “My head is an animal”, aveva spiccate caratteristiche indie folk, tipiche dei nordeuropei, il secondo lavoro, uscito negli scorsi mesi, “Beneath the Skin”, tende ad un rock alternativo. Che accompagna testi di grande caratura poetica ed evocatrice. L’uomo, la natura, i suoi rumori, le creature sono raccontati con profondità, introspezione. Mai banali nonostante le canzoni sembrino un po’ somigliarsi tra loro. Capita. Ciò che regalano in concerto, a livello di emozioni e sensazioni, è invece un variare coinvolgente.
Dopo “Human”, infatti, è la volta di “King and Lionheart”, più ritmata e folkeggiante. La scaletta prosegue con “Empire”, “Black Water”, “Hunger” e “Crystals”, quest’ultimo capolavoro baroque pop, apprezzato anche nel mainstream. “Cover your crystal eyes – And feel the tones – That tremble down your spine – canta Nanna, anche se spesso la sua voce risulta eccessivamente coperta dagli strumenti. La batteria in questo pezzo è agile, i cori hanno un interessante effetto di discesa dall’alto. “Lakehouse” e “Wolves Without Teeth” continuano a proporre le sensazioni profonde, offerte anche dalla voce di Ragnar, goffo e simpatico nei suoi passettini sul palco, del loro ultimo lavoro. Poi è il momento di Little Talks. Forse uno dei pezzi più famosi, sicuramente il più conosciuto anche da chi non li ha mai ascoltati. E qui si balla, si canta a squarciagola. Il cielo di Roma è sempre più coperto da stelle. Il vento accarezza la pelle. Se si prova a chiudere gli occhi, può capitare la strana sensazione di trovarsi in una terra sperduta. Cantare e commuoversi, senza sosta.
Un gruppo come “Of Monsters and Men” in un festival è perfetto. E del resto, ne continuano a dare dimostrazione nelle varie line up in cui sono presentati. “Dirty Paws” è l’apparente chiusura prima del loro acclamato ritorno sul palco. Lanciano “Slow Life” e “We Sink” e saluti caldi e vissuti ai ragazzi romani. Anche se si colgono tanti accenti provenienti dalle diverse parti d’Italia.
Si abbandona l’Auditorium e si avverte un senso di pienezza che sale dal cuore, attraversa la pelle. Le loro canzoni ti lasciano abbandonare, fermare il tempo. Sganci un canto liberatorio, senti vibrare il cuore. Ritrovi te stesso, respiri i profumi dell’umanità. “Breathe in, breathe out, Let the human in”.




