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REPORT – Flaming Lips, una festa infinita

a cura di Jack Malombra

Il mio regalo di Natale da parte di Dj Donut è stato il biglietto per il concerto dei Flaming Lips. Ci siamo incontrati il 25 sera dopo il cenone per digerire con un whiskey una festività che non sopportiamo. Al momento fui alquanto imbarazzato perché li seguo poco, negli ultimi anni poi sono uscite diverse collaborazioni con Miley Cirus che, anche se rispettabili non sono riuscite a ridimensionare il mio orgoglio. Andiamo? Andiamo. Ho visto la mia amica passare tutto il primo mese del 2017 sorridere e ripetermi più volte “tu non sai cosa ti aspetta” ed effettivamente, ancora non avevo idea di cosa avrei assistito a fine mese. Arrivati all’Alcatraz di Milano dei bagarini cercano di rifilarmi l’accendino dei “Flamin”, insistendo a chiamarli “Flamin”, uno di loro non sapeva il significato del termine “asociale” ma questa è un’altra storia. Non parlo quasi mai del gruppo spalla, di solito cerco di evitarli anzi, sarà capitato davvero poche volte che un gruppo spalla mi emozionasse e quella sera fu così: Georgia batterista e voce assieme alla sua socia asiatica hanno spaccato (spaccare non è molto appropriato ma ve ne farete una ragione). La premessa doverosa prima di iniziare a parlare del live dei Flaming Lips (vi giuro che ora inizio) è che non ho mai amato spettacoli troppo elaborati, non mi sono mai piaciuto discorsi prolissi e interazioni troppo a lungo senza musica, sono più un amante del “ciao” – tutta la discografia – “ciao grazie”. Il live inizia con Race for Prize da The Soft Bullettin e uno spettacolo di luci psichedeliche con colori molto vivaci prende forma sui led sopra il palco, avrei voluto notarlo meglio ma con l’inizio della canzone sono iniziati a volare coriandoli ed enormi palloncini gonfiabili, stare fermi era impossibile, abbiamo avuto subito la percezione di essere ad una festa piuttosto che ad un concerto, che prosegue con l’omonima Yoshimi Battles the Pink Robots prima parte e un gigantesco palloncino a lettere che recitava “Fuck Yeah Milano”. Continuiamo a ballare sotto una pioggia di coriandoli e palloncini cercando di colpirli quando capita, nel frattempo il leader sparisce e ricompare tra il pubblico a cavallo di un unicorno (finto, gli unicorni non esistono, lo so che è un mondo ingiusto ma ancora una volta ve ne farete una ragione) per There Should Be Unicorns. Il live continua tra luci psichedeliche e coriandoli con Pompeii am Gotterdammerung, What is the light?, The Observer e How??.

Dopo le note di quello che credo sia il mio pezzo preferito di Oczy Mlody, Wayne Coyne scompare un’altra volta e ci stiamo già chiedendo quale carnevalesco regalo al pubblico sta per arrivare. Un regalo arriva, ma non così carnevalesco come pensavamo: un omaggio a Bowie, forse la cover migliore che ho sentito di Space Oddity e Wayne in una palla trasparente che correva sul pubblico, commovente. Le ultime canzoni vengono eseguite come fosse un live normale e ci rimaniamo un po’ male, da depresso darkettone di periferia sono passato a scalpitare per altri coriandoli e altri palloncini. Il bis ricomincia con “Waiting for a Superman” e un’altra pioggia di coriandoli che continua fino al finale con “Do You Realize?” su cui la gente balla e canta mezza commossa, mezza divertita. Mentre usciamo conveniamo che avremmo bisogno di un concerto dei Flaming Lips ogni lunedì per iniziare bene la settimana, torniamo a casa un po’ cambiati come dopo ogni concerto.

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