CINEMA – Animali notturni, il noir a sorpresa “firmato” Tom Ford

a cura di Marina Amoruso

Tom Ford è uno a cui piace non farsi mancare niente: stilista (è stato, ad esempio, direttore creativo di Gucci e Yves Saint Laurent) e anche architetto, ha deciso di cimentarsi nella regia e nella sceneggiatura e di far confluire nei suoi film tutto (e anche di più) l’equilibrio e il buon gusto che ci si aspetterebbe a ragione da uno con un simile background. L’esordio con A Single Man, nel 2009, infatti, è stato tanto delicato e struggente quanto il secondo film, Animali Notturni, in questi giorni nelle sale, risulta livido di rabbia e carico di rancore.

Reduce dal Gran premio della giuria alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il lungometraggio gioca sull’incastro perfettamente riuscito fra tre piani narrativi. Il primo è quello della metropoli americana fredda ed esautorata da ogni tipo di stimolo, almeno dal punto di vista di Susan, ricca gallerista d’arte sull’orlo di un crollo emotivo, in un contesto generale che risulterà familiare a chi ha avuto modo di apprezzare Deserto rosso di Antonioni. Il secondo è quello che viene evocato dalla lettura del romanzo che l’ex marito di Susan, Edward, decide di inviarle prima della pubblicazione, in quanto l’opera sarebbe stata ispirata da lei: attraverso gli occhi di Susan leggiamo e vediamo scorrere sullo schermo la storia di Tony, un uomo tormentato dall’idea della debolezza alle prese con una tragica vicenda personale e familiare che prende avvio sulle buie Strade perdute lynchiane tanto care agli americani. Col procedere della lettura Susan (e noi insieme a lei) dischiude il terzo livello narrativo, ossia quello del suo passato ai tempi del matrimonio con Edward, che si fa chiaro e ci esplica il legame con gli altri due piani narrativi senza la necessità di fornire eccessive spiegazioni grazie al montaggio scorrevole ed intelligente. I flashback esplicativi sono un piccolo marchio di fabbrica del regista che ci permettono di sbirciare dal buco della serratura nel passato dei protagonisti e che ci portano per mano in un adrenalinico crescendo verso le varie possibili interpretazioni del finale aperto, facendoci presagire che nessuna di queste contempli una riconciliazione tra i due ex coniugi o un happy ending di alcun genere.

Amy Adams (rossa come tutte le protagoniste dei film dello stilista americano) è decisamente meno efficace nel rendere il dramma di una crisi borghese rispetto alla Monica Vitti del già citato Deserto rosso, ma probabilmente Tom Ford non ne aveva nemmeno la pretesa: ciò che importa è che l’attrice riesca a reggere i primissimi piani quasi invadenti atti a cogliere disagio, rammarico e rimpianto in ogni ruga di espressione. L’estetismo permea la pellicola in maniera meno sfacciata rispetto alle opere del danese Refn, evitando così la sopraffazione del piano narrativo ad opera di quello delle immagini. Molto efficace risulta inoltre la scelta di affidare sia il ruolo di Edward sia quello di Tony alla stessa persona, un Jake Gyllenhaal che pare quasi aver dato alla luce una summa di tutti i personaggi complicati interpretati in quindici anni di carriera, un Nightcrawler cresciuto, rivisto e corretto, al fine di porre ulteriormente l’accento sulla natura autobiografica del romanzo-perno della storia.

Dopo una tale conferma ci aspettiamo moltissimo dall’avvenire cinematografico del cinquantacinquenne texano, magari curiosi di vederlo cimentarsi per la prima volta in una sceneggiatura originale e augurandoci di non dover attendere nuovamente sette anni per un nuovo lavoro.