L’universo estetico di David Bowie

Che David Bowie abbia cambiato il modo di apparire di tante persone, negli anni ’70, ’80 e ’90, è fuori discussione. Ha ispirato stilisti come Alexander McQueen, Yamamoto Kansai, Dries van Noten, Jean-Paul Gaultier. I suoi straordinari costumi di scena, dalle tute in stile Kabuki al travestitismo à la Weimar, sono leggendari. Ragazzi di tutto il mondo hanno cercato di vestirsi come lui, di apparire come lui, di muoversi come lui (con risultati, ahimè, piuttosto discontinui). Non a caso il Victoria and Albert Museum di Londra fino  all’11 agosto ha proposto al grande pubblico la colossale mostra dei suoi costumi da scena, con in più video musicali, manoscritti con il testo delle canzoni, brani di film, opere d’arte, copioni, storyboard e altri materiali presi dal suo archivio personale.
Osservando tutta insieme la produzione di David Bowie, ci si trova davanti a un completo universo estetico, degno di un grande artista del Novecento.
Ci sono quindi gli stivali in pvc rosso con platform di 8 centimetri creati nel 1973 per il tour Aladdin Sane. Poi mantelli fantasy e giacche iridescenti trapuntate, bluse medievali e costumi da Pierrot.
Oltre a tutto il resto, l’arte di David Bowie è fatta di stile, alto e basso, e lo stile è una faccenda seria.
Il rock è innanzitutto una forma di teatro.
Il rock, e in particolare il rock inglese, in certi momenti sembrava una colossale e sfrenata festa in maschera. E nessuno più di David Bowie, nessuno con così tanta immaginazione e così tanta audacia come Il Duca Bianco, ha interpretato il rock in questa maniera.
Come dice lui stesso: «Non concepisco l’idea di uscire sul palco in jeans e avere un’aria il più normale possibile di fronte a diciottomila persone. Insomma, non è normale!».
Claudia Figliolia